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Dioniso, ovvero la gioiosa follia

In Blog, Libri, vendemmia on 5 maggio 2014 at 11:25 am

dioniso3In questi giorni tengo a portata di mano un libro su Dioniso preso tempo fa in cerca di ispirazione per il nome del nuovo vino che prima o poi arriverà.
Per non dimenticare da cosa e come nasce il vino, il suo contesto naturale e la gioiosa esaltazione che lo contraddistingue.
“Dioniso è, per la sua essenza primordiale, gioiosa e naturale, spontanea e priva di misura e di logica, il nemico dell’uomo che ha dimenticato le leggi della natura e del cosmo, dell’uomo tronfio dei suoi saperi e sicuro di sé…”
Si narra che Eone domandò a Zeus un dono per alleviare le fatiche e le sofferenze della vita dei mortali e Zeus rispose che avrebbe generato loro un figlio che avrebbe creato per i mortali un mezzo per diffondere gioia e lenire il dolore: la vite.
Inizialmente fu un dio arcaico della vegetazione, in particolare legato alla linfa vitale che scorre nei vegetali, la linfa che si ritrae nel mondo durante i mesi invernali e che poi torna a scorrere vivida in quelli estivi, ed infatti gli erano cari tutti quei frutti ricchi di succo dolce, come l’uva, il melograno o il fico. Successivamente venne identificato in special modo come Dio del vino, dell’estasi e della liberazione dei sensi, quindi venne a rappresentare l’essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, lo spirito divino di una realtà smisurata, l’elemento primigenio del cosmo, l’irruzione spirituale della zoé greca, ossia l’esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.
In particolare Dioniso era legato soprattutto alla pianta della vite (quindi alla vendemmia e al vino) e all’edera (in particolare alcune specie di edera, contenenti sostanze psicotrope e che venivano lasciate macerare nel vino).
Quale divinità della forza vitale, dell’impulso, dell’ebbrezza e dell’estasi divenne oggetto dell’analisi del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche che contrappose lo Spirito dionisiaco allo Spirito apollineo che indica la “ratio” umana che porta equilibrio nell’uomo, che è capace di concepire l’essenza del mondo come ordine e che lo spinge a produrre forme armoniose rassicuranti e razionali. Senza di esso, nell’uomo ci sarebbe un’esplosione di emozioni incontrollate che hanno bisogno di essere controllate. Lo spirito dionisiaco rappresenta il suo contrario.
Nietzsche, ne “La nascita della tragedia” affermò che la potenza dionisiaca induceva in uno stato di estasi ed ebbrezza infrangendo il cosiddetto “principio di individuazione”, ossia il rivestimento soggettivo di ciascun individuo, e riconciliava l’essere umano con la natura in uno stato superiore di armonia universale che abbatteva convenzioni e divisioni sociali stabilite arbitrariamente dall’uomo.
Nelle feste dell’antica Grecia, Dioniso era semplicemente rievocato con un clima di allegra festa e con atti che miravano a rimembrare, senza tuttavia poter realmente ricreare. In questa stessa chiave, Dioniso è il Dio del vino. Ciò che meglio caratterizza le bevande alcoliche è proprio la capacità di far perdere il controllo della cosiddetta parte benpensante, di ubriacare, esaltare, far dimenticare le preoccupazioni quotidiane, condurre fuori dalla normalità, dalla serietà, dal predominio del ragionamento. Come Dio del vino, Dioniso è detto “delizia dei mortali”, o “colui che scioglie le pene”, di nuovo colui che libera dalle catene e dalle consuetudini, dalla normalità e soprattutto dalle sofferenze. Ne viene sottolineato un carattere di spensieratezza e di allegria e, ancor di più, di gioiosa follia.
In tutte le feste della vendemmia dedicate a Dioniso si cercava di ricreare quella stessa atmosfera di licenziosa ed estremamente allegra festa, in cui la realtà del dovere, della fatica e della sofferenza della vita quotidiana veniva temporaneamente sospesa. Egli veniva invocato in queste occasioni talvolta come l’energia lussureggiante dell’inizio della primavera. Il vino era probabilmente utilizzato come uno dei mezzi per ottenere lo stato di ebbrezza atto a facilitare esperienze tese al raggiungimento di una conoscenza di gioia estatica.
Penso che ogni tanto, passeggiando per la vigna o anche durante la vendemmia o l’imbottigliamento, dovremmo cercare di non perdere di vista questo aspetto primordiale e gioioso che ruota intorno al mondo del vino e alla vita in generale.

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Veni, vidi….. VINI!

In Libri on 29 novembre 2011 at 10:57 am

Da quando negli anni novanta l’analisi del DNA irrompe nell’ampelografia, numerose sono le rivelazioni che vanno a scardinare ferme e diffuse credenze in campo enologico: lo Chardonnay pare nasca nell’antica Pannonia (Ungheria), lo Zinfandel non è più un “quasi autoctono” californiano bensì un vicinissimo parente del Primitivo di Manduria (!!!), e così via. La scoperta più sorprendente arriva però nei primi anni del 2000, quando un’equipe internazionale di scienziati impegnata a ricostruire l’albero genealogico della vite in Europa constata la presenza di un “padre comune” in 78 “diversi” vitigni europei contemporanei. Il nome di questo avo collettivo è Heunisch, che corrisponde, in ceppo tedesco, a nostro, una vite “nostra”, ben conosciuta insomma. Quello che in Italia è tradotto come Unno, è un vitigno che fa molta quantità, dotato di poco zucchero e poca qualità, produttivo in climi molto freddi.

Le domande importanti alle quali rispondere, a questo punto, sono tre: da dove viene l’Heunisch? Com’è possibile che sia così ampiamente diffuso? Chi lo ha impiantato e perché?

Per rispondere a tali quesiti Giovanni Negri, scrittore e giornalista (nonché produttore di vino nelle Langhe) ha scritto un libro dal titolo già eloquente, Roma caput vini, edito da Mondadori, in collaborazione con Elisabetta Petrini, ricercatrice ed esperta di etimologia e il professore Attilio Scienza, studioso della genetica della vite.

Mosso dalla speranza che tutto il mondo del vino italiano possa un giorno dirsi a pieno titolo formato da gente consapevole consapevole della propria storia vinicola in questo caso – l’autore, dopo il romanzo giallo “Il sangue di Montalcino”, si propone di divulgare una scoperta, una storia che gli italiani non sanno e che i francesi non vorranno sapere, come si legge sulla quarta di copertina di questo nuovo lavoro d’indagine. E per farlo ci conduce in un’avvincente viaggio nella storia alimentare, politica e sociale dell’antica Roma, dove il vino, carico di valori simbolici, religiosi ed economici, diventerà per mano dei legionari un messaggio preciso per i territori conquistati, hic manebimus optime, e dove, con l’imperatore Probo, l’impero romano si trasformerà in un impero anche vitivinicolo.

La scorsa settimana il libro è stato presentato dagli stessi autori all’Hotel Rome Cavalieri Hilton di Roma, sede dell’AIS e culla dell’odierna vita romana del vino! Per l’occasione noi eravamo lì, fisicamente e con i nostri vini che, insieme agli altri di Le Vigne del Lazio, sono stati offerti nella seconda parte dell’evento, dedicato alla degustazione: contenti di partecipare e di imparare soprattutto, perché de nobis fabula narratur, questa storia parla anche di noi.

Paola